LE OTTO MONTAGNE NON SMETTE DI STUPIRE: DOPO CANNES E L’ITALIA, CONQUISTA GLI STATI UNITI

E quindi, sorpresa, agli americani non piacciono solo i film felliniani, pieni di quella Roma straordinaria e colorata, festosa e irraggiungibile.

Agli americani piacciono anche i film come Le otto montagne: film che si concentrano su rapporti d’amicizia puri, profondi, prossimi alla fratellanza. Non è una nostra impressione, intendiamoci. Lo dicono i numeri. Al suo esordio nelle sale statunitensi, il film diretto da Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch, prodotto da Wildside, Rufus, Menuetto, Pyramide Productions e Vision Distribution, ha segnato uno dei migliori incassi per schermo. Anzi, ha detto il produttore Ira Deutchman a Deadline, stiamo parlando del miglior risultato dai tempi de La Grande Bellezza (dieci anni fa, praticamente).

Ma perché? Il successo non è una ricetta che si può ripetere facilmente, aggiungendo questo o quell’ingrediente: lo sappiamo. Eppure è innegabile: Le otto montagne, tratto dall’omonimo libro di Paolo Cognetti, ha qualcosa che piace, e che piace a tutti, nonostante la barriera linguistica (il film è distribuito in originale, con i sottotitoli in inglese), e una storia che, alla fine, parla di sentimenti. Forse, ecco, il primo segreto sta qui. Nell’universalità dei temi. Un argomento che continuiamo a usare da anni, dal successo di Gomorra – La Serie, e che però si è sempre fermato a quella fastidiosissima etichetta del “glocal”.

Le otto montagne e il successo ai festival internazionali

Le otto montagne è ambientato in Italia, nel nord, tra le – indovinate – montagne e le valli della Valle d’Aosta (Val d’Ayas, per la precisione). E ciononostante si rivolge a chiunque. L’accoglienza del Sundance Film Festival, dove è passato lo scorso gennaio, ne è l’ennesima prova. E poi c’è Cannes. Nessuna la cita, ma c’è anche quella: lì Le otto montagne ha vinto il Premio della Giuria. E pure questo, se vogliamo essere sinceri, vale qualcosa. Ma torniamo all’ultimo weekend, e all’incredibile risposta – una media che oscilla tra i 18mila e i 36mila dollari nei due cinema di New York in cui è stato programmato – che ha ricevuto da parte del pubblico.

Ci sono Luca Marinelli e Alessandro Borghi, e c’è, ovviamente, la loro interpretazione. C’è questo sentimento di unione e vicinanza, così puro e sincero, che non ha una nazione: ma che è, appunto, di tutti. C’è l’ambientazione, che è natura pura, neve, rocce e torrenti. C’è la scrittura di Paolo Cognetti, che non va dimenticata. E poi c’è il lavoro, intelligente e delicato, che hanno fatto i due registi. Sì, non sono italiani. Ma Le otto montagne è un film italiano, e anche di questo dovremmo parlare. Perché quando è stato il momento di scegliere il nostro rappresentante ai prossimi Oscar a quest’opera non sono state date molte possibilità. E ora? Ora, ai David, ci abbiamo ripensato. E va bene così. Non insistiamo. Però è una conversazione che, prima o poi, dovremo fare.

Il segreto del “loro” successo

Il mondo è cambiato, e i risultati americani, celebrati da testate e giornali, ce lo dimostrano. La sensibilità, più in generale, si è trasformata. Si è fatta più sottile, insinuante, più aperta. L’età stessa del pubblico è diminuita: e non c’è più questa paura – paura, forse, non è il termine giusto – per i sottotitoli. Il mondo è un posto più grande e, allo stesso tempo, più piccolo. Siamo vicini anche se a dividerci c’è un intero oceano.

Ecco perché c’è spazio e respiro per quello che è un film di tutti, ben promosso dai suoi distributori americani (gli stessi di Drive my car, per fare un altro nome). E poi c’è il brand – sì, brand: perdonateci; si dice così – Marinelli-Borghi. Noi lo conosciamo già. L’abbiamo visto all’opera più di otto anni fa, con Non essere cattivo di Claudio Caligari. E sappiamo perfettamente che cosa possono fare questi due attori messi insieme sul grande schermo. Gli americani, in parte, no.

Conoscono Marinelli per Martin Eden e, soprattutto, per The Old Guard. Hanno visto Borghi in Suburra di Netflix e prossimamente lo vedranno in Supersex, la serie su Rocco Siffredi. Ma c’è ancora, e non è un aspetto del tutto negativo, qualcosa di puro, di innocente, nei loro due volti. Sono due veterani del grande e del piccolo schermo, hanno esattamente l’esperienza dei loro anni; ma possono muoversi liberamente, specialmente sul mercato internazionale, e sfoggiare il loro talento.

Le otto montagne, le critiche di grandi giornali statunitensi

Torniamo, però, a Le otto montagne. È andato bene e continuerà ad andare bene (con buone probabilità). E la critica statunitense è d’accordo – non con noi, per carità; con questo trend. Il New York Times ha titolato la sua recensione de Le otto montagne così: “Un legame forgiato in mezzo allo splendore”. E ci sono indubbiamente entrambe queste cose. Legami e splendore.

Serve la qualità, al nostro cinema. E servono più film come questo. Studiati, costruiti minuziosamente, retti da una storia potente e – per la terza volta – universali. Con un cast di attori bravi (vanno citati anche Filippo Timi, Elena Lietti e Elisabetta Mazzullo) e una produzione (diamo a Wildside quel che è di Wildside) coraggiosa.

In Italia, Le otto montagne ha superato quota 5 milioni di euro (per Cinetel siamo a 5.7; Vision dice che è andato oltre i 6 milioni), e l’ha fatto grazie al passaparola. Quindi qual è la lezione, se una lezione c’è, che possiamo imparare da questo episodio? Che il pubblico, di tutto il mondo, cerca una cosa. E una sola. Non solo – e banalmente – spettacolarità. Ma racconti capaci di appassionare. Di esprimere sentimenti e di condividerli con gli spettatori. Esattamente come fa Le otto montagne.